lunedì 12 gennaio 2015

Linguaggio di Napolitano, bilancio di una Presidenza

Gian Luigi Beccaria traccia su La Stampa un bilancio (del linguaggio) della Presidenza di Giorgio Napolitano esaminando due suoi ultimi interventi. Napolitano ama un italiano nobile e sostenuto, non ricorre ad appelli di mobilitazione emotiva ma è fermo nella denuncia dei drammi italiani, preferisce i toni bassi sempre cercando di infondere fiducia e coraggio.

Ecco l'articolo integrale di Beccaria.


Lo stile è l'uomo, misura la temperatura etica di chi parla. I discorsi ufficiali di Giorgio Napolitano lo provano. Occorrerebbe almeno prendere a riferimento l'intero suo libro pubblicato nel 2009, «Il patto che ci lega», dove sono raccolti i discorsi tenuti nella prima metà del mandato presidenziale. Ma mi limito a citare dal discorso di saluto in Quirinale alle alte cariche dello Stato e dal suo ultimo rivolto agli italiani per gli auguri di fine anno. 

Procedono tutti con un lessico di tono alto («serrata attenzione», «nel concerto europeo», e l'«assillo», l'«impegno molteplice e di lunga lena», «vulnerare fatalmente le riforme», «resterò vicino al cimento»), e insieme sobrio e misurato, maí autocelebrativo. Si svolgono con assenza di mitologie (Napolitano non usa mai «ideale», «fede», «sacrificio», «missione» e simili). C'è «orrore della retorica».

Nobile e sostenuto

Si smussano le punte troppo immediate ed espressive (si pensi per contrasto ai generosi discorsi a braccio di Pertini, da quello dell'insediamento, luglio 1978, «si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita», a quello di fine 1984, «se una guerra per dannata ipotesi dovesse esplodere», o dell'anno prima, «la pace a mio avviso ha piedi di argilla. I due colossi si guardano in cagnesco»). Napolitano ama un italiano che abbia una patente di nobiltà e sostenutezza. Non si lascia andare a dire che è «vecchio e stanco», ma che ha «toccato con mano come l'età da me raggiunta porti con sé crescenti limitazioni e difficoltà nell'esercizio dei compiti istituzionali». Non gli piacciono gli stereotipi, agli automatismi dei politici (penso a quel vivaio di replicanti, correnti e usurati, tipo «uscire dal tunnel», «fare un passo indietro», «senza se e senza ma», «mettersi di traverso», «remare contro»), le semplificazioni populiste, sta alla larga dal polítichese, dalle formule generiche. Tralascia l'enfasi sia verso l'alto sia verso il basso. Non sono nelle sue corde le espressioni violente ma neppure i modi troppo ovattati o ermetici, non mette in moto una retorica ipereccitata, apprensiva. È contrario anche nei comportamenti al «confuso e nervoso agitarsi».

La fermezza 


Assenti o quasi nei suoi testi gli appelli di mobilitazione emotiva. Ma è fermo nella denuncia dei drammi italiani, come quando manifesta un'indignata durezza contro il «mostro della corruzione» e la «piaga del malaffare» (occorre «bonificare il sottosuolo marcio e corrosivo della nostra società», quel «mondo di mezzo» che un tempo chiamavamo sottobosco), contro gli «italiani indegni», da tener fuori dalla vita politica.

In questa espressione forte e poco consueta tra i politici ci si è riconosciuti, quasi egli desse voce alla voce di tutti. Ma spesso, negli uomini, c'è una forza anche nella cautela e nello sfumato. Napolitano l'ha impersonata. Partigiano delle «convergenze», ha strenuamente promosso la forza della mediazione tra schieramenti che la pensano in maniera diversa. I risultati elettorali (lo ha detto nel discorso della rielezione) «indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse», intese «più ampie e cioè anche tra maggioranza e opposizione per dare soluzioni condivise a problemi di comune responsabilità istituzionale». Per decenni, dice, in Italia si è diffuso «una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse». L'atteggiamento ha radici lontane.

Toni bassi

Affiancato da Chiaromonte e Macaluso, e ispirato da Amendola, Napolitano fin dagli Anni 60 fu incline al dialogo come leader deí «miglioristi», la corrente del Pci propensa a un graduale allontanamento dall'ideologia marxista per abbracciare strategie riformiste e socialdemocratiche, prevedendo così il dialogo con i partiti più moderati. E questa posizione scorreva in modo non conflittuale ma in parallelo all'altra sponda dei «dorotei». Ricorrenti nei discorsi di Napolitano le «soluzioni unitarie», lo «sforzo convergente di dialogo», il «discutere» sempre ma senza mai «stravolgere le riforme» già avviate, Parole tema ben sue sono «sereno», «serenamente», «maturità e responsabilità», «confronto più costruttivo». Ha contribuito a rendere diffusa (a partire dal discorso di fine anno del 2006) una tipica espressione: l'«abbassare toni». Non è appartenuto al suo orizzonte mentale quel modo manicheo di vedere il mondo («prima» contro «seconda repubblica», «ottimisti» contro «disfattisti» o «antitaliani»).

Non è stato tenero con la «distruttiva antipolitica», con gli «irrefrenabili rottamatori». Appartiene a una generazione nobile uscita dalla tragedia del fascismo e del dopoguerra. Penso che abbia condiviso le amare e lucide parole di Mino Martinazzoli, segretario della Dc, quando nel discorso al Congresso del 1989 profetizzava il vuoto di idee che stava avanzando nella politica italiana: «Abbiamo combattuto per una vita quelli per cui la politica era tutto [i comunisti], adesso ci ritroviamo come nemico quelli per cui la politica è nulla». Stava  avanzando il nuovo Ventennio. Ma neanche nei momenti più rissosi o di crisi o ha traspirato pessimismo, né dato l'idea di un Paese in declino. Contrario al «clima sociale troppo impregnato di negatività», ancora nel suo discorso finale ha cercato di infondere fiducia e coraggio, di trasmettere l'idea rassicurante della continuità istituzionale, e l'ha espressa in una lingua limpida e aulicamente schietta. Ha avuto in mente (forse) un precetto di Agostino dell'Enchiridion: «Il linguaggio è stato senza dubbio istituito non perché gli uomini s'ingannino reciprocamente, ma perché ciascuno porti a conoscenza degli altri i propri pensieri. Perciò usare il linguaggio per mentire, contro il suo fine originario, è peccato».

Gian Luigi Beccaria

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