mercoledì 14 febbraio 2018

Rassegna stampa - Eurish, una nuova lingua si aggira per l'Europa

(Corriere della Sera, Luigi Ippolito)


Una nuova lingua si aggira per l'Europa: è l'Eurish, ossia la variante continentale dell'inglese. E con la Brexit, prevedono gli esperti, si rafforzerà sempre più, fino ad acquisire vita e dignità proprie. Già da tempo l'inglese «modificato» viene usato come lingua franca fra persone di diversi Paesi europei che non conoscono i rispettivi idiomi. Uomini d'affari, turisti, impiegati di hotel: tutti adoperano l'Eurish. Ma quali sono le sue caratteristiche? 

Il Financial Times, che di solito si occupa di questioni economiche, si è addentrato con gusto nelle sottigliezze della «neolingua». Innanzitutto la mancanza di espressioni idiomatiche. È molto difficile che un europeo dica cose tipo «when push comes to shove», che più o meno significa «venire al dunque». Quando gli inglesi usano costruzioni simili, gli altri restano spesso perplessi: dunque l'Eurish è molto più diretto. Ma poi si registrano importazioni dagli idiomi d'origine: gli scandinavi dicono «blu-eyed», con gli occhi blu, per indicare un ingenuo, una figura che esiste solo nelle loro lingue. Oppure usano «to hop over», che significa «saltare oltre», per dire «astenersi dal fare qualcosa». Ma queste contaminazioni sono rare, gli europei si attengono per lo più al significato letterale. Molto comuni sono invece le interferenze grammaticali. 

Gli italiani dicono «I answer to your question» rispondo alla tua domanda, mentre in inglese il verbo è transitivo: «I answer your question». Così italiani e tedeschi usano «we discussed about», abbiamo discusso di, invece del semplice «we discussed». I sostantivi non numerabili, che in inglese restano al singolare, nell'Eurish spesso ricorrono al plurale: come «information» che diventa «informations» e «content» che diventa «contents». E così via, con prestiti ulteriori sia dalle lingue romanze che da quelle germaniche. 

L'Eurish trova le sue origini nel «burocratese» adottato negli uffici dell'Unione europea a Bruxelles. Lì succede che la legislazione non «provides» ma «foresees», i documenti non sono conservati in un «file» ma in un «dossier», il lavoro non è «assigned» ma «attributed», le procedure non sono soggette a «checks» ma a «controls» e le decisioni non sono mai «made» ma sempre «adopted». Ora con la Brexit in arrivo gli europei, soprattutto a livello ufficiale, avranno sempre meno opportunità di confrontarsi con inglesi madrelingua e parleranno sempre più l'Eurish fra di loro, senza timori reverenziali. 

«Anche gli insegnanti stanno diventando sempre meno diretti nei loro sforzi di promuovere l'imitazione dei parlanti madrelingua», nota il linguista Marko Modiano. E prevede che presto sarà necessario redigere un vocabolario autonomo per la nuova lingua, così come esistono dizionari per l'americano o l'australiano. Tutto ciò testimonia l'estrema duttilità e praticità dell'inglese, lingua d'uso e di scambio per eccellenza (provate a tradurre Hegel nella lingua di Shakespeare, fa ridere): e magari in un futuro non distante dopo la Brexit, i londinesi in trasferta sull'ormai lontano Continente avranno bisogno di portarsi dietro un interprete per tradurre l'Eurish.

giovedì 8 febbraio 2018

Intervista a Michele Cortelazzo: "Campagna #NoPanic del MIUR? Diciamolo in italiano"


Dal bando del MIUR per il finanziamento dei progetti universitari la cui partecipazione prevede la presentazione della domanda in lingua inglese fino all'annuncio delle prove di maturità sul profilo Facebook del Ministero con l'hashtag "NoPanic". 

Eccessiva sudditanza di istituzioni, atenei, società in senso lato nei confronti dell'inglese? Risponde Michele Cortellazzo, Professore ordinario di Linguistica italiana all'Università di Padova, da sempre molto attento ai temi dell'attualità linguistica.

sabato 3 febbraio 2018

Rassegna stampa - Dall'inno all'esercito, quando la lingua rinuncia al genere

(Corriere della Sera, Sara Gandolfi)

La linea la da un giornale britannico per puerpere: nella top list dei nomi di tendenza nel 2018, la rivista Mother and Baby segnala Charlie, Alex, Max e Andy, diminutivi «gender free» che permetteranno ai figli di essere, a loro scelta, Charles o Charlotte, Alexander o Alexandra e via dicendo. Che in italiano poi si traduce con Ale, Franci, Fede... 

Nel nuovo mondo di identità sfumate o fluide, si fa strada un linguaggio neutro che si mescola alla grammatica «politically correct» di un neo-femminismo più formale che di sostanza. I casi si moltiplicano, in tutto il mondo. In Canada, il Senato ha appena approvato una modifica al testo dell'inno nazionale O Canada, «per rendere omaggio al sacrificio delle donne». È bastato sostituire due paroline: «thy sons», i tuoi figli, è ora un asessuato «us», noi. «Un altro passo avanti verso l'uguaglianza», ha twittato il premier Justin Trudeau. 

La confusione sul tema però impera, e ovviamente coinvolge i «guardiani della lingua», spesso i più restii al cambiamento socio-culturale. Come dimostra il dizionario della Real Academia de Espana che sotto l'aggettivo «facile» ha aggiunge l'accezione «detto specialmente di una donna: che si presta senza problemi ad avere relazioni sessuali». Su twitter sono esplosi commenti feroci contro «un'istituzione misogina, maschilista e miserabile» e l'Academia ha replicato, non pentita, con una nota: «Può riferirsi anche agli uomini». È la tradizionale supremazia del maschile nella lingua che genera il revisionismo più curioso e cavilioso. 

I comandi delle forze armate britanniche, ad esempio, hanno messo a punto una lunga lista di parole da evitare, affissa nei gabinetti della Defence Academy a Shrivenham, base d'addestramento congiunta di esercito, marina e aviazione: all'indice i sostantivi che includono «man», uomo, come «sportsmanship» (sportività) o «mankind» (umanità) da sostituire con «fairness» (correttezza) e «people» (gente). Per non turbare nessuno ai Giochi del Commonwealth in Australia sono state invece bandite espressioni consolidate come «ladies and gentlemen» o «boys and girls». L'etichetta linguistica del XXI secolo, conferma la rubrica di Miss Manners sul Washington Post, suggerisce appena possibile di evitare l'uso di lei o lui, per il plurale «they», che in inglese è neutro. Non, però, nelle lingue neolatine. Tant'è che in Colombia un giudice ha imposto con sentenza al sindaco della capitale di cambiare lo slogan «Bogota mejor para todos» con «Bogota mejor para todos y todas». 

Non sarebbe d'accordo l'Académie francaise che si è già espressa con toni perentori contro la «scrittura inclusiva»: «Davanti a questa aberrazione la lingua francese corre ormai un pericolo mortale, e dovremo renderne conto alle generazioni future». In effetti, il manuale scolastico con frasi come «un/e agricul- teur/rice quivit simplement» (un/a contadino/a che vive semplicemente) ha come risultato, commentava Stefano Montefiori sul Corriere, solo «una notevole fatica in più per i bambini di 8-9 anni». 

Il linguaggio neutro cambierà le regole maschili della società? È presto per dirlo. Usare «afro-americano» al posto di «negro» oggi è normale quanto un Barack Obama alla Casa Bianca. E l'appellativo «Prima nazione» ha restituito formalmente un'identità agli autoctoni d'America. Ma la strada per l'uguaglianza non è fatta solo di parole.