lunedì 2 ottobre 2017

Alien e Deportation, i termini sbagliati della migrazione

L'hotspot ha fatto scuola, parola per anni accostata all'idea di agganciarsi a un wifi libero, da qualche tempo ormai legata invece al fenomeno dei migranti. Il corrispondente italiano è 'punto di crisi', in realtà la definizione inglese identificherebbe una "area o regione caratterizzata da un'attività intensa che desta preoccupazione": come, ad esempio, in casi sanitari (Ebola) o ambientali (inquinamento). Ma ormai, hotspot è diventato per tutti il "punto di primissimo smistamento allestito in prossimità dei luoghi di sbarco degli Stati di frontiera" per l'identificazione e la registrazione dei migranti.
 

Il linguaggio delle migrazioni ha ormai un bagaglio di termini ed espressioni per lo più in inglese difficilmente comprensibili. Sembra un secolo fa, e per certi versi è così, ma alla metà degli anni Ottanta il vocabolario si limitava a formule linguistiche certo popolari e rozze che neppure lontanamente avrebbero potuto far presagire l'evoluzione del linguaggio. Ricordate il "vu' cumprà" per indicare in termine spregiativo e razzista i venditori ambulanti di origine africana e, in modo più esteso, tutti gli extracomunitari? L'Italia, all'epoca, stava cominciando a diventare un Paese di immigrazione, i flussi avevano definite e limitate aree di provenienza. La più importante di queste aree era certamente il Marocco che per alcuni studiosi (Pierre Vermeren, in particolare) ha rappresentato per l'Europa ciò che è stato e continua ad essere per gli Stati Uniti il Messico. Non a caso, sempre in quegli anni si affermò la parola "marocchino" proprio per definire in modo generico e per lo più denigratorio gli immigrati e in modo specifico i neri e gli arabi.
 

Altri tempi, oggi le parole della migrazione sono tante e difficili da comprendere, in gran parte in inglese, prodotto spesso di processi burocratici e quindi figlie di tecnicismi da addetti ai lavori.

La Commissione europea ha cercato di far chiarezza pubblicando sui social media un glossario dei termini più usati in materia, 23 parole che rappresentano però plasticamente proprio la complessità del fenomeno e generano in chi legge l'impressione che ogni soluzione sia ben lunga a venire.
 

Alcuni termini lasciano dannate perplessità come ad esempio l'uso di "alien" che ha radici profonde e non certo positive nella cultura pop e cinematografica per identificare un "cittadino di paese terzo". Ma anche e soprattutto "deportation", in italiano opportunamente tradotto in "espulsione", visto che l'accostamento a un glossario dell'Olocausto lo rende un drammatico ricordo.
 

"Le parole sono importanti" ricordava Nanni Moretti, qui ancor di più visto che un termine sbagliato può generare incomprensione o errata interpretazione. E, visti i tempi che corrono, non ci vuole molto per alimentare il fuoco già piuttosto alto del sentimento di insicurezza se non di ostilità che aleggia in Europa nei confronti degli immigrati.

Glossario termini migrazione

venerdì 15 settembre 2017

Tariffa, tariffe e tariffa massima: il Tar del Lazio sceglie la parola giusta dopo 15 anni

«Tariffa» e «Tariffa massima», una disputa linguistica decide una controversia sui rifiuti a Roma. La Regione Lazio aveva stabilito una «tariffa massima» da pagare a Manlio Cerroni, il cosidetto 'patron di Malagrotta', la più grande discarica d'Europa (nel suo sito, Cerroni la definisce "sede della Città delle Industrie Ambientali"). Per gli avvocati di Cerroni, la «tariffa» andava considerata senza aggettivi. Per complicare la questione, la legge di riferimento non né di «tariffa» né di «tariffa massima», ma di «tariffe» al plurale.

Dopo quindici anni - scrive La Stampa - il Tar sentenzia: vince Cerroni. "L'uso del plurale - argomentano i giudici - non può logicamente indurre ad affermare che possa essere stabilita una tariffa massima: è proprio il termine tariffa a determinare il convincimento che debba trattarsi di un prezzo fissato e non modificabile; la motivazione è evidentemente quella di garantire un servizio di smaltimento adeguato, mediante la copertura dei costi sostenuti e la previsione di un margine di profitto".

lunedì 28 agosto 2017

Cleaning, il neo-anglicismo istituzionale che fa discutere

Fertility day, hotspot, jobs act, spending review, stepchild adoption ... nel già ricco campionario di anglicismi istituzionali entra di diritto dal 25 agosto scorso anche "cleaning", evocato da Paola Basilone, prefetta di Roma. 

"Si è trattato di una operazione di cleaning, di riportare l'ordine a piazza Indipendenza, di ristabilire le regole", ha dichiarato in una intervista al Corriere della Sera a proposito dell'intervento di sgombero del palazzo di via Curtatone.

Senza entrare nel merito dell'operazione, l'uso del termine 'cleaning' - ovviamente non casuale - per descriverla, ha generato dibattito e interpretazioni. Per due motivi: il ricorso ad un termine inglese e il suo significato.

"#Cleaning: ancora un (infelicissimo) caso di itanglese istituzionale", spiega su Twitter il linguista Giuseppe Antonelli. Ma, si chiede la terminologa Lucia Corbolante, "ha senso parlare di 'operazione di cleaning'?".

In effetti, il verbo clean, spiega Lucia Corbolante sul suo blog, equivale al nostro 'pulire' e quindi 'cleaning' è un'azione di pulitura. Se poi ci si riferisce ad una piazza s'intende la rimozione della spazzatura. Più vicino, semmai, al concetto espresso dalla prefetta è l'espressione 'cleaning up' che in senso figurato vuol dire riportare l'ordine, bonificare un luogo da un'attività o da comportamenti non corretti. Ancora più diretto, 'cleaning out' che se riferito a persona assume il significato di espellere, allontare con la forza.

Per il linguista Michele Cortellazzo, il ricorso ad un forestierismo, al di là del suo significato, ha "il carattere di un vero e proprio fumogeno linguistico", una "strategia di mascheramento ... fatta propria anche dagli alti funzionari dello Stato", come la prefetta Basilone, che in questo modo ha "edulcorato ... l'azione di forza della polizia di Roma, che ha usato, come la legge consente, idranti, manganelli, cariche".

Usare "il corrispettivo italiano, pulizia, sarebbe stato un eufemismo", prosegue Cortellazzo, e in ogni caso, "sul piano semantico si crea un'eco, ben più grave e insidiosa, con la pulizia etnica, diventata tragicamente famosa durante le guerre nei Balcani".

Ecco perchè, come scrive in una lettera aperta alla prefetta il deputato di Sinistra italiana-Possibile Andrea Maestri, "parlare di cleaning quando si ha a che fare con lo sgombero di persone (tra cui donne e bambini) significa dire - solo in modo un po' più garbato ma assai
ipocrita - che quelle persone sono come rifiuti da rimuovere con la famigerata ruspa
".