giovedì 7 dicembre 2017

Cameriere? Non basta più


Cameriere? Non basta più. La parola che da sempre contraddistingue chi lavora in bar e ristoranti e "provvede al servizio di distribuzione degli alimenti, alla preparazione delle tavole" (da Treccani, http://www.treccani.it/vocabolario/cameriere/) non è più sufficiente a descrivere questa professione. Siamo di fronte a "una nuova visione del cameriere, da portapiatti a portatore di conoscenze", come ha raccontato qualche giorno fa Luigi Franchi, direttore della rivista 'sala&cucina', in occasione del primo forum sul mondo della sala nella ristorazione, tenutosi a Milano il 29 novembre scorso.

"Non abbiamo trovato neologismi - spiega Franchi - per sostituire il termine cameriere, ma si è parlato di un cambiamento di visione: trasformare l'atto di servire in accoglienza. Qual è il valore dell'arte di stimolare una relazione con il cliente, dell'eleganza dei gesti, dell'intangibilità di un servizio eccellente, di una condivisione culturale, di tanti plus che possono creare quella sensazione di unicità per cui il ristorante sa farsi ricordare e invoglia al ritorno?".

In realtà, un nuovo nome sarebbe già stato coniato. E' 'conviver', scaturito da un concorso organizzato nel 2009 da Amira, l’associazione italiana maitres alberghi e ristoranti, per valorizzare la professionalità di questa figura spesso poco considerata nel mondo della ristorazione.

Al concorso parteciparono gli studenti degli istituti alberghieri italiani e venne premiato Paolo Artibani dell'Istituto alberghiero "De Gasperi" di Palombara Sabina (Roma) che con 'conviver' superò la concorrenza di 'gourmentier', restaurant steward', 'platiere' e 'cols' (ovvero collaboratore di sala).


Conviver è un neologismo alla francese derivante dal latino 'convivium” (a sua volta, der. di convivĕre, "vivere insieme").

Secondo Raffello Speri, presidente nazionale di Amira, "chi esce dalle scuole alberghiere non sente riconosciuta la propria professionalità con un nome che li equipara a chi spesso si improvvisa a servire in sala. Era importante quindi dare un nuovo nome a questa figura altamente professionale".

Scettico il maestro Gualtiero Marchesi: "Un cuoco, anche se lo chiamiamo chef, resta sempre un cuoco e la stessa cosa varrà anche per il cameriere. Bisogna che il cameriere sia una persona che sta bene in sala e se nobilitiamo la professione non c'è bisogno di cambiare il nome".


Sarà per le considerazioni di Marchesi, sarà per il francesismo un po' ampolloso, sta di fatto che 'conviver' non ha granchè preso piede se neppure l'associazione promotrice del concorso, nella pagina del sito che promuove le offerte di lavoro, ne fa menzione pur non mancando terminologia specialistica tra Maitre, Chef de Rang e demi-chef.

venerdì 1 dicembre 2017

Rancore, l'Istat descrive così il sentimento degli italiani


Rancore, proprio questa precisa parola è stata usata dal Censis in occasione della pubblicazione del 51° Rapporto sulla situazione sociale del Paese. 


"La ripresa c’è e l’industria va, ma cresce l’Italia del rancore", ci dice il centro studi. In sostanza, l’Italia è uscita dal tunnel, l’economia ha ripreso a crescere bene, industria manifatturiera, export e turismo fanno da traino ma gran parte degli italiani tutta questa ripresa non la vedono e - anzi - pensano sia impossibile salire nella scala sociale, semmai molto facile scivolare ancora più in basso. Un blocco della mobilità sociale che crea - appunto - rancore. 

L'Italia dei rancori, si legge nel comunicato del Censis. Arrabbiati, sdegnati, risentiti, ma anche incapaci di esprimere la rabbia, che resta covata nell'animo. Risentimento e nostalgia che poi si riflettono a cascata anche nella domanda politica e "l'onda di sfiducia che ha investito la politica e le istituzioni non perdona nessuno". Scarsa fiducia nei partiti partiti politici, nel Governo, nel Parlamento, ma anche nelle istituzioni locali. Insoddisfazione rispetto a come funziona la democrazia, la convinzione che la voce del cittadino non conti nulla. Di conseguenza, spiega il rapporto, "non sorprende che i gruppi sociali più destrutturati dalla crisi, dalla rivoluzione tecnologica e dai processi della globalizzazione siano anche i più sensibili alle sirene del populismo e del sovranismo". E conclude il Censis, "l'astioso impoverimento del linguaggio rivela non solo il rigetto del ceto dirigente, ma anche la richiesta di attenzione da parte di soggetti che si sentono esclusi dalla dialettica socio-politica".

"Il sentimento più brutto? Il rancore", diceva Maria Teresa di Calcutta.

martedì 24 ottobre 2017

L'italinglese del referendum in Lombardia

Voting machine, referendum digital assistant, e-voting, touch screen. Il referendum del 22 ottobre in Lombardia non doveva essere solo un test per l'autonomia ma anche per il nuovo voto elettronico, prima volta in Italia, simbolo di un Nord tecno-innovativo che voleva dimostrare un divario non solo politico-economico ma anche digitale. 

Ecco quindi il proliferare di termini ed espressioni italinglesi quasi che il loro ricorso fosse più consono allo 'spirito dei tempi'.
 

Peccato che l'esito della sperimentazione non sia stato all'altezza delle aspettative. I maligni diranno che se le premesse all'insegna di un inglese così farlocco erano tali, cos'altro ci si poteva attendere ... 

L'annuncio della selezione di personale pubblicato qualche tempo fa era già un manifesto dell'uso/abuso di un inglese spesso approssimativo: e-voting, referendum digital assistant, voting machine.

Prendiamo 'voting machine', termine usato nei paesi anglosassoni per definire le postazioni digitali e informatiche presso cui esercitare il voto elettronico (leggi, ad esempio, articolo di Govtech.com). La Regione Lombardia preferisce però usare un più neutro 'dispositivo all'interno della cabina elettorale' mentre gli organi di informazione semplificano con il più diffuso in Italia 'tablet'. Tre termini diversi per definire lo stesso oggetto.

Capitolo a parte meritano i poveri 'referendum digital assistant', "i giovani reclutati ... per garantire il funzionamento dei tablet e mandati allo sbaraglio dopo un corso online di poche ore" (da Corriere della Sera, 24 ottobre 2017). Ne parla ampiamento Licia Corbolante nel suo blog. Con buona pace degli italianissimi (linguisticamente parlando) 'scrutatori' che, scrivono le cronache dei giornali, hanno fatto notte fonda per assicurare la regolare consegna delle chiavette usb con i voti.