martedì 24 ottobre 2017

L'italinglese del referendum in Lombardia

Voting machine, referendum digital assistant, e-voting, touch screen. Il referendum del 22 ottobre in Lombardia non doveva essere solo un test per l'autonomia ma anche per il nuovo voto elettronico, prima volta in Italia, simbolo di un Nord tecno-innovativo che voleva dimostrare un divario non solo politico-economico ma anche digitale. 

Ecco quindi il proliferare di termini ed espressioni italinglesi quasi che il loro ricorso fosse più consono allo 'spirito dei tempi'.
 

Peccato che l'esito della sperimentazione non sia stato all'altezza delle aspettative. I maligni diranno che se le premesse all'insegna di un inglese così farlocco erano tali, cos'altro ci si poteva attendere ... 

L'annuncio della selezione di personale pubblicato qualche tempo fa era già un manifesto dell'uso/abuso di un inglese spesso approssimativo: e-voting, referendum digital assistant, voting machine.

Prendiamo 'voting machine', termine usato nei paesi anglosassoni per definire le postazioni digitali e informatiche presso cui esercitare il voto elettronico (leggi, ad esempio, articolo di Govtech.com). La Regione Lombardia preferisce però usare un più neutro 'dispositivo all'interno della cabina elettorale' mentre gli organi di informazione semplificano con il più diffuso in Italia 'tablet'. Tre termini diversi per definire lo stesso oggetto.

Capitolo a parte meritano i poveri 'referendum digital assistant', "i giovani reclutati ... per garantire il funzionamento dei tablet e mandati allo sbaraglio dopo un corso online di poche ore" (da Corriere della Sera, 24 ottobre 2017). Ne parla ampiamento Licia Corbolante nel suo blog. Con buona pace degli italianissimi (linguisticamente parlando) 'scrutatori' che, scrivono le cronache dei giornali, hanno fatto notte fonda per assicurare la regolare consegna delle chiavette usb con i voti.

lunedì 2 ottobre 2017

Alien e Deportation, i termini sbagliati della migrazione

L'hotspot ha fatto scuola, parola per anni accostata all'idea di agganciarsi a un wifi libero, da qualche tempo ormai legata invece al fenomeno dei migranti. Il corrispondente italiano è 'punto di crisi', in realtà la definizione inglese identificherebbe una "area o regione caratterizzata da un'attività intensa che desta preoccupazione": come, ad esempio, in casi sanitari (Ebola) o ambientali (inquinamento). Ma ormai, hotspot è diventato per tutti il "punto di primissimo smistamento allestito in prossimità dei luoghi di sbarco degli Stati di frontiera" per l'identificazione e la registrazione dei migranti.
 

Il linguaggio delle migrazioni ha ormai un bagaglio di termini ed espressioni per lo più in inglese difficilmente comprensibili. Sembra un secolo fa, e per certi versi è così, ma alla metà degli anni Ottanta il vocabolario si limitava a formule linguistiche certo popolari e rozze che neppure lontanamente avrebbero potuto far presagire l'evoluzione del linguaggio. Ricordate il "vu' cumprà" per indicare in termine spregiativo e razzista i venditori ambulanti di origine africana e, in modo più esteso, tutti gli extracomunitari? L'Italia, all'epoca, stava cominciando a diventare un Paese di immigrazione, i flussi avevano definite e limitate aree di provenienza. La più importante di queste aree era certamente il Marocco che per alcuni studiosi (Pierre Vermeren, in particolare) ha rappresentato per l'Europa ciò che è stato e continua ad essere per gli Stati Uniti il Messico. Non a caso, sempre in quegli anni si affermò la parola "marocchino" proprio per definire in modo generico e per lo più denigratorio gli immigrati e in modo specifico i neri e gli arabi.
 

Altri tempi, oggi le parole della migrazione sono tante e difficili da comprendere, in gran parte in inglese, prodotto spesso di processi burocratici e quindi figlie di tecnicismi da addetti ai lavori.

La Commissione europea ha cercato di far chiarezza pubblicando sui social media un glossario dei termini più usati in materia, 23 parole che rappresentano però plasticamente proprio la complessità del fenomeno e generano in chi legge l'impressione che ogni soluzione sia ben lunga a venire.
 

Alcuni termini lasciano dannate perplessità come ad esempio l'uso di "alien" che ha radici profonde e non certo positive nella cultura pop e cinematografica per identificare un "cittadino di paese terzo". Ma anche e soprattutto "deportation", in italiano opportunamente tradotto in "espulsione", visto che l'accostamento a un glossario dell'Olocausto lo rende un drammatico ricordo.
 

"Le parole sono importanti" ricordava Nanni Moretti, qui ancor di più visto che un termine sbagliato può generare incomprensione o errata interpretazione. E, visti i tempi che corrono, non ci vuole molto per alimentare il fuoco già piuttosto alto del sentimento di insicurezza se non di ostilità che aleggia in Europa nei confronti degli immigrati.

Glossario termini migrazione

venerdì 15 settembre 2017

Tariffa, tariffe e tariffa massima: il Tar del Lazio sceglie la parola giusta dopo 15 anni

«Tariffa» e «Tariffa massima», una disputa linguistica decide una controversia sui rifiuti a Roma. La Regione Lazio aveva stabilito una «tariffa massima» da pagare a Manlio Cerroni, il cosidetto 'patron di Malagrotta', la più grande discarica d'Europa (nel suo sito, Cerroni la definisce "sede della Città delle Industrie Ambientali"). Per gli avvocati di Cerroni, la «tariffa» andava considerata senza aggettivi. Per complicare la questione, la legge di riferimento non né di «tariffa» né di «tariffa massima», ma di «tariffe» al plurale.

Dopo quindici anni - scrive La Stampa - il Tar sentenzia: vince Cerroni. "L'uso del plurale - argomentano i giudici - non può logicamente indurre ad affermare che possa essere stabilita una tariffa massima: è proprio il termine tariffa a determinare il convincimento che debba trattarsi di un prezzo fissato e non modificabile; la motivazione è evidentemente quella di garantire un servizio di smaltimento adeguato, mediante la copertura dei costi sostenuti e la previsione di un margine di profitto".