La resistenza a declinare le parole al femminile


Qualche tempo fa la polemica sui nomi delle cariche declinati al maschile e non al femminile riguardò una direttrice d'orchestra che vuole essere indicata solo come «direttore d'orchestra», ora coinvolge la prima donna a governare in Italia, che ha scelto di essere chiamata «il presidente».

L'uso, evidentemente, è ancora oscillante e molte donne (e moltissimi uomini) continuano a preferire l'uso tradizionale maschile. Le resistenze a servirsi di nomi come «la direttrice», «la presidente», «la rettrice» o «ministra», «sindaca», «magistrata», ecc. sono più socioculturali che linguistiche. 

L'obiezione di chi li rifiuta è di due tipi: da una parte si sostiene in modo impressionistico che quelle parole «suonano male» (ma chissà perché parole come cameriera, cuoca, levatrice e operaia non hanno mai dato fastidio a nessuno), dall'altra si afferma, con una scelta ideologica, che il nome del ruolo deve continuare a essere declinato solo al maschile, come se al femminile indicasse qualcosa di meno importante e riduttivo.

Da linguista consiglio di usare il femminile dei nomi di cariche e professioni ricavandolo regolarmente dal maschile, perché è la soluzione più semplice e più aderente alla grammatica dell'italiano, ma contro il rifiuto ideologico di chi non accetta queste soluzioni non ci sono argomenti che tengano. A mio parere chi rifiuta di essere definita «la presidente» o «la direttrice» ha tutto il diritto di farlo: per fortuna in Italia non esiste un'istituzione che legifera in materia linguistica e mi auguro che l'epoca in cui è stata attuata una politica linguistica di regime, che decideva a colpi di decreti quali parole e quali pronomi dovessero essere usati o vietati, sia finita per sempre.

Ricordo però che è dal 1987, da quando Alma Sabatini scrisse le Raccomandazioni per un uso non sessista per la Presidenza del Consiglio, che si continuano a ripetere le stesse cose sul femminile dei nomi di professioni e ruoli. Sono anni che le donne ricoprono cariche istituzionali, ma ogni volta che una di loro raggiunge un posto di primo piano nascono polemiche a proposito del nome con cui devono essere indicate, dimenticando che i dizionari della lingua italiana (anche quello che condirigo) registrano tali nomi al femminile, e che le grammatiche li segnalano come corretti da un punto di vista grammaticale. 

(il manifesto, articolo di Valeria Della Valle, condirettrice del Dizionario della Lingua italiana Treccani)

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