domenica 10 maggio 2015

#ritagli - Come tradurre Moby Dick nell'alfabeto delle emoji

Articolo di Pietro Minto, Corriere della Sera - La Lettura


Secondo i dati di Instagram, il noto servizio di condivisione di fotografie, il 45% delle immagini pubblicate da utenti italiani sul sito è accompagnato da almeno un'emoji. Ciò significa che quasi la metà delle didascalie compilate nel nostro Paese contengono un cuoricino, una casetta, forse una faccia espressiva o un ombrello nei giorni uggiosi. In genere, emoticon: la serie di faccine composte da caratteri tipografici, come :-D oppure :-/.

Ecco: le emoji sono la loro versione dettagliata ed espansa all'infinito, entrando persino nel dibattito politico. E' successo qualche settimana fa, quando Apple decise di diversificare le sue faccine aggiungendo colori diversi. E il punto è proprio questo: le emoji, ben lungi dall'essere semplici faccine, sono oggi importanti. Divertenti, utili ed espressive, sono già diventate un nuovo alfabeto. O, secondo alcuni, un nuovo tipo di linguaggio.

Anche per questo Fred Benenson e Chris Mulligan hanno fondato The Emoji Translation Project (kickstarter.com/ projects/fred/the-emoji-translationproject), con cui puntano a creare il primo traduttore istantaneo dall'inglese all'emoji, uscita prevista nel febbraio 2016. Al momento i due stanno raccogliendo denaro su Kickstarter - sito che permette di chiedere soldi per un progetto promettendo in cambio una ricompensa legata allo stesso - e sono a un terzo della somma richiesta, 15 mila dollari.

A che cosa servono tanti soldi? E, soprattutto, a che cosa serve un traduttore del genere? Per quanto riguarda la prima domanda, un traduttore attendibile ha bisogno di moltissimi dati: frasi, dati sull'utilizzo di lemmi e simboli e un algoritmo in grado di «capire» il tutto. Benenson lavora proprio in questo settore, è responsabile della raccolta e gestione dati di Kickstarter, mentre Mulligan è un programmatore: entrambi sono uniti dalla stessa missione, dare un senso a un insieme di immagini casuali nate per rappresentare oggetti e stati d'animo.

Così, se la traduzione di «sole» è prevedibile (esiste un simbolo dedicato), in altri casi sintassi e lessico dovranno essere studiati da zero, ed è qui che le emoji diventano lingua: le poche anteprime rese disponibili dai due autori mostrano come la traduzione di concetti complessi o lunghi periodi sia affidata a una combinazione di simboli che vanno oltre l'immagine da loro rappresentata creandone un'altra, complessa, dalla loro unione. Prendiamo la traduzione della frase «siamo qui per parlarvi dell'Emoji Translation Project»: un dito puntato verso il basso per mostrare di avere qualcosa da dire; un fumetto; il simbolo di conversione tra dollari e yen, ovvero la traduzione di un messaggio; una palla di cristallo, il processo di traduzione; e infine simboli sparsi, il messaggio tradotto.

L'impegno dei due non è però bastato a proteggerli dalle critiche (accademiche e non) di chi ritiene che trattare le emoji come una vera lingua sia sbagliato e assurdo. Non sarebbe però il primo linguaggio inventato e nato nella cultura pop a trovare uno sbocco letterario: basti pensare al Klingon, idioma parlato dall'omonima razza aliena di Star Trek ed entrato nel Guinness dei primati come «lingua inventata più parlata al mondo». O la lingua Dothrald creata da David J. Peterson per la serie tv Game of Thrones.

Al «New Yorker», Benenson ha spiegato di essere affascinato dal modo in cui «il nostro linguaggio e la nostra cultura vengono influenzati dalle tecnologie digitali». Un interessamento che ha radici relativamente profonde, visto che già nel 2010 aveva tradotto Moby Dick, il capolavoro di Herman Melville, in questo strano alfabeto. L'opera, Emoji Dick, attualmente in vendita sul sito Lulu.com, ha un sottotitolo rivelatorio, la nota emoji di una balena che spruzza acqua dal dorso, è stata solo il punto di partenza del progetto, che prevede l'accumulo di un'enorme quantità di lemmi e frasi da tradurre usando il Mechanical Turk di Amazon, un servizio che permette a chiunque di ingaggiare personale per sbrigare velocemente compiti che (per ora) i computer non sono in grado di fare. Una volta tradotto il tutto, i due dovranno costruire un algoritmo in grado di «simulare» il modo in cui le persone si esprimono. Perché cominciare da Moby Dick? Benenson ha cercato un libro lungo, complicato e facilmente disponibile: soltanto dopo si è reso conto che l'opera narrava di «un'incredibile sfida molto difficile da vincere, con un linguaggio ricco di metafore e stili»: il punto d'inizio perfetto per una nuova lingua fatta di icone e disegni.

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