"Aporofobia", cos'era costei?

(Miguel Angel Medina, El Paìs/Repubblica)


«Dormo nella stanza self-service di una banca della Gran Via; qualche giorno fa sono entrati tre ragazzi e si sono presi la borsa con tutti i miei oggetti personali. In un'altra occasione, un gruppetto di ubriachi è venuto a prelevare allo sportello automatico e a prendermi a calci, sghignazzando. C'è chi mi insulta, ma guardati, sei sozzo da far schifo».

Raúl è argentino, ha 53 anni e racconta con dignitosa calma come sopporta le aggressioni e il disprezzo che la sua condizione di senzatetto scatena. Molte delle persone che dormono a ciel sereno nella Plaza Mayor di Madrid hanno in comune storie come questa. Quanto accaduto di recente a Benidorm - un gruppo di inglesi ha dato 100 euro a un vagabondo, a patto che si lasciasse tatuare un nome sulla fronte - non è purtroppo un'eccezione. 

Secondo la Fondazione Rais, che lotta contro l'esclusione sociale, una persona su tre senza fissa dimora viene insultala o vessata. La filosofa Adela Cortina ha dato un nome al fenomeno: aporofobia, "odio verso i poveri". A settembre il Senato voterà una proposta di legge di Podemos (un nuovo partito di sinistra e populista spagnolo, nato nel 2014 dopo la rivolta degli "indignados"), per rendere l'aporofobia un'aggravante nei casi di aggressione, equiparandola così ad altri reati d'odio come il razzismo, la xenofobia o l'omofobia. 

In base ai dati dell'Instituto Nacional de Estadística (l'Istat spagnolo, ndr), in Spagna vivono circa 23mila senzatetto. La Fondazione Rais, in un dossier del 2016, ha svelato dati agghiaccianti: quasi la metà dei senzatetto è vittima di reati di aporofobia; nell'80 per cento dei casi lo è in più occasioni. 

Alberto ha 47 anni e dorme sotto i portici della Plaza Mayor. Indossa una maglietta con la bandiera spagnola, porta con sé una valigia minuscola e si ripara con una coperta bianca ormai annerita. «A Salamanca, una notte, a Capodanno, stavo dormendo in una filiale bancaria quando un gruppo di persone mi ha preso a calci», si lamenta a bassa voce. «Qui nella Plaza Mayor stiamo abbastanza tranquilli, le persone sono abituate a noi e ci sono le videocamere di sorveglianza. Preferisco essere sotto gli occhi di tutti, perché noi senzatetto facciamo parte della realtà. Voglio che gli altri mi vedano», aggiunge. 

Jesús, 65 anni, vive su una pila di cartoni in un passaggio coperto che collega la Plaza Mayor con l'omonima via. «Un giorno stavo camminando in strada, e un tipo mi chiese che ore fossero. Gli risposi, e lui mi aggredì senza motivo. Gli dissi di lasciarmi in pace, e allora mi appioppò un paio di spintoni. A volte passa gente violenta, che mi sbraita contro, mi insulta, oppure mi dice di lavarmi, che faccio schifo. Ma bisogna resistere a qualunque costo», afferma. 

Adela Cortina, professore ordinario di Etica, lo scorso anno ha pubblicato un libro per assegnare un nome a questo odio: "Aporofobia, elrechazo alpobre" ("Aporofobia: il rifiuto dei poveri". Edizioni Paidós). «Chi è povero, chi non ha potere, chi sembra contribuire non a farci vivere meglio ma a generare problemi, dà fastidio. Ho coniato il termine partendo dalla parola greca aporoi, povero», dice la filosofa. 

La parola ha colpito nel segno: il 20 dicembre scorso l'Accademia della Lingua l'ha incorporata nel Dizionario, e il 27 dicembre la Fundeu (Fondazione dello Spagnolo Urgente) l'ha dichiarata parola dell'anno, perché può «aiutare a trasformare la realtà». 

Podemos crede che la situazione sia destinata a cambiare grazie all'inclusione dell'aporofobia nel Codice Penale.

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